La storia dei diamanti “da investimento” è una storia complessa, su cui è stato scritto e detto di tutto e di più.

Stranamente nessuno però ha scritto/detto TUTTO in un unico contenitore, nessuno sembra essere stato interessato a fornire il quadro completo sino all’ultima pennellata e alla firma.

Beh, io lo sono e quindi ecco un post lungo, di quelli che non bisognerebbe scrivere perché vanno oltre la capacità di attenzione delle persone.

Una decina d’anni fa IDB ha iniziato a vendere diamanti tramite le banche, facendo sì che i funzionari consigliassero ai loro clienti di diversificare i loro investimenti. Corretto!

Presto a IDB si affiancava un’atra società: DPI. Stesso modello di business ma su altre banche, stessi prezzi, quelli che venivano chiamati “le quotazioni sole24ore”, facendo riferimento a dei trafiletti pubblicitari e non ad una quotazione internazionale. Ma bastava dire “il sole24ore” e tutto sembrava vero.

Quando il cliente era pronto ad acquistare veniva fissato un incontro presso la banca, negli stessi locali in cui il correntista parlava dei propri risparmi con la banca stessa. Più di uno ha addirittura pensato di aver acquistato dalla banca e non da una società esterna.

Le banche venivano remunerate per questo servizio di segnalazione, si dice con commissioni che arrivavano al 20% delle somme “investite” dal risparmiatore.

Le “quotazioni” (o forse dovremmo chiamare le cose con il loro nome e chiamarli i listini prezzo di queste due società) erano in costante crescita, ben oltre l’apprezzamento reale dei diamanti sui mercati mondiali, volendo dimostrare una crescita annua superiore al 4%. Con 3 risultati:

  1. I diamanti apparivano un investimento estremamente interessante, non pagando alcuna tassa sulle plusvalenze;
  2. I margini percentuali di IDB e DPI crescevano costantemente;
  3. I loro listini si discostavano sempre più dal reale valore dei diamanti.

E questa è stata la truffa:

  • vendere ciò che vale 10 ad un prezzo tra 20 e 30, a seconda della caratura, con una differenza maggiore per le pietre più piccole e inferiore per quelle grosse;
  • spacciare per quotazioni annunci pubblicitari a pagamento;
  • usare il canale bancario in modo da indurre a credere che fosse la banca a vendere i diamanti.

Nella realtà delle cose i diamanti sono un’ottima forma di diversificazione del portafoglio in quanto totalmente decorrelati dagli eventi che invece influenzano la finanza di carta.
E sono un bene al portatore, facilitando il trasferimento della proprietà verso chi desideriamo.
Inoltre hanno lo stesso valore ovunque al mondo e sono trasportabili molto facilmente per le loro dimensioni e peso ridottissimi.
Ma soprattutto se li abbiamo in mano il loro valore intrinseco non potrà mai diminuire sensibilmente o azzerarsi come è successo a tantissimi prodotti della finanza di carta, dai bond argentini alle obbligazioni Parmalat, per non parlare di Cirio o di Giacomelli e della bolla delle dot-com (il crack dei titoli delle aziende Internet all’inizio degli anni 2.000) sino alle obbligazioni subordinate dei recenti scandali bancari italiani.


Quello che il risparmiatore tende a dimenticare è che, a meno di casi estremamente rari (di solito alla nascita di un nuovo fenomeno ma per poco, pochissimo tempo, quello dei “visionari”) gli investimenti remunerano il rischio che ci si accolla. Maggiore resa uguale a maggiore rischio.
E se c’è rischio ci sono reali possibili, a volte probabili, perdite.

I diamanti rendono poco, non è quella la loro valenza.
È la sicurezza, quella che le banche in questo connubio con IDB e DPI hanno distrutto per i loro clienti.

Guido Bossi
Amministratore BDC s.r.l.